di Daniele Baioletti

prefazione di Ado Gruzza

Se dovessi pensare ad una sola differenza tra quella che è considerata una visione moderna dell’allenamento con i pesi ed una “antiquata”, questa starebbe proprio nella mobilità espressa dai campioni del powerlifting di nuova generazione.

Credo che un moderno e rivoluzionario approccio all’allenamento della forza non possa che passare per una coscienza/conoscenza più completa del corpo umano.

Le metodologie che AIF offre sono sempre orientate a rendere un atleta VERAMENTE forte, VERAMENTE efficiente ed in grado di sviluppare massimi gradienti di forza nel minor tempo possibile. Non abbiamo mai voluto insegnare, e mai lo faremo, trucchetti per sollevare di più.

La strada dell’Accademia Italiana della Forza è quella di proporre ciò che permette all’appassionato di divenire atleta con la A maiuscola: non possiamo più prendere in considerazione atleti che non siano in grado di “tenere la schiena” nella parte bassa di uno squat o che non sappiano gestire le spalle durante normali movimenti fisiologici. L’attenzione deve tassativamente spostarsi verso una visione totalizzante della prestazione atletica: negli atleti natural la via della progressione dei carichi passa obbligatoriamente attraverso la mobilità, la flessibilità, la simmetria e l’equilibrio posturale.

Vi emozionano i fantastici pesisti cinesi? Vi stupite di fronte agli squat verticalissimi dei “ragazzoni” norvegesi? Le prime gare internazionali a cui presi parte non potei non notare la quantità di lavoro di mobilità che questi atleti eseguissero, al contrario di quanto eravamo abituati a fare noi.

Siamo davvero di fronte alla possibilità di fare un enorme salto di qualità con la Q maiuscola: non è più il tempo di sollevare come capita, di dimenticarsi della funzionalità delle articolazioni.

L’acquisizione di una coscienza profonda dell’importanza di mobilità, flessibilità, riscaldamento aspecifico e perché no, propriocezione, hanno determinato, senza dubbio, un miglioramento netto e tangibile dei risultati in allenamento ed in pedana.

Ado Gruzza

Articolo conclusivo della “saga sulla mobilità” (qui il primo capitolo): ancora una volta scrivo da Copenaghen, dove sto seguendo uno dei corsi di Z-Health, nello specifico la S-Phase.

Durante l´ultimo incontro con Antonio Contenta presso il Club Virginactive di Roma Talenti ho eseguito i test finali sull’atleta.

Il peso corporeo è incrementato di 2 kg, dei quali 1,4 Kg di tessuto muscolare magro: un buon risultato considerando che Antonio non sta seguendo un regime alimentare controllato.

I test kinesiologici “ci hanno dato ragione”: Antonio è passato da ben 47 muscoli “off” ad appena 10, un risultato eccezionale visto il numero limitato di esercizi di mobilità svolti nei protocolli che gli ho assegnato nel corso delle trascorse settimane.

I test di flessibilità attiva sono stati, anche essi, ottimi: le spalle sono quasi al top form, oramai anche “a freddo”; la mobilità della schiena é migliorata nella flessione anteriore. Antonio ha riportato anche minori rigidità, ed ha risolto un piccolo dolore nella spalla destra dovuto ad un allenamento fatto su di una panca ergonomica con appoggio troppo stretto per lui.

Queste le sensazioni dalla sua “viva voce”:

“Nel mio ultimo incontro con Daniele abbiamo effettuato tutti i medesimi test svolti durante la nostra prima seduta, per passare poi ad un ampliamento della routine di mobilità con esercizi che ora sto trovando utili per gomiti e torace.

Al termine di questo percorso mi trovo molto soddisfatto dei miglioramenti ottenuti: rifletto spesso sul fatto che ho avuto dei buoni risultati a fronte di un impegno in termini di tempo molto limitato, non proibitivo anche in contesti non agonistici.

Non so dire se questo sia l’unico modo per “fare mobilità” ma di sicuro mi sento di sottolineare che si tratta di un metodo efficace e non invasivo: il rischio di peggiorare nel caso in cui un movimento non sia perfetto mi sembra molto remoto. Ovviamente tutto questo ha senso se affiancato ad protocollo di allenamento già di per se coerente e qualitativo, dal quale è certamente indispensabile partire.

Il risultato più netto che ho avuto è stato quello di ritrovare un assetto simmetrico alla panca piana, obbiettivo che inseguivo ormai da un anno: dopo un lavoro molto attento di correzione specifica sono convinto che l’apporto finale al miglioramento sia stato dato proprio dal contributo di Daniele attraverso un protocollo di “sblocco” articolare marcato di spalle e scapole.

Alla fine del nostro incontro ci siamo concessi circa mezz’ora in cui abbiamo lavorato a “ruoli invertiti” analizzando le “tre alzate” di Daniele: scambiarci le parti mi ha aiutato a confrontarmi con chi applica anche su se stesso le metodiche di joint mobility, le stesse alle quali mi sono sottoposto durante questo percorso didattico. In particolare allo stacco sumo, eccezion fatta per qualche dettaglio da correggere sull’altezza dell’incastro, la posizione dei piedi ed i tempi dell’alzata di Daniele sono stati molto molto buoni (un occhio “non allenato” avrebbe fatto fatica a trovare difetti), mentre a  livello di mobilità Daniele ha dimostrato una scioltezza davvero imbarazzante, in particolare nella zona lombare e dell’anca, al punto da riuscire ad assumere posture tanto “estreme” in fase di tirata da condurlo “fuori spinta”. Alla panca una buona impostazione di base ha rivelato una leggera mancanza di attivazione nel dorsale, senza ovviamente alcuna difficoltà da parte sua nella mobilità del cingolo scapolo omerale.”

A Copenaghen ancora una volta ho avuto modo di confrontarmi con colleghi e atleti di altissimo livello, tra i quali Jacob Beermann: tre volte Campione danese, Campione scandinavo Juniores, Campione europeo e scandinavo Junior di stacco da terra, Bronzo europeo di powerlifting nella categoria 74 Kg con 287,5 Kg di squat, 165 Kg di panca e 292,5 Kg si stacco da terra; attualmente membro di una squadra di powerlifting norvegese. Da lui ho avuto l’ennesima conferma:

“La mobilità articolare ha due effetti principali: incremento delle performances e prevenzione degli infortuni. È necessario essere sufficientemente flessibili per adottare la tecnica che meglio si adatti al proprio corpo; iniziando dal basso, la maggior parte dei powerlifters dovrebbero lavorare sulla dorsiflessione della caviglia, sulla flessione e rotazione interna delle anche, sul controllo del tilt pelvico, sulla parte toracica della colonna e sulla flessione della spalla”.

Nathan Baxter, powerlifter australiano tra i top nella sua categoria (Commonwealth e Australian Champion nella panca piana e nel powerlifting, e numero sei mondiale nella panca piana IPF nella categoria sopra i 120 Kg) afferma:

“Da quando ho iniziato a praticare la DJM sono stato capace di portare la mia panca piana da 300 a 330 Kg in un anno. Non solo riesco a recuperare più velocemente, ma riesco ad allenarmi più a lungo, più spesso ed in maniera più pesante. La mobilità articolare mi ha aiutato a sbloccare il mio potenziale, rimanendo allo stesso tempo in salute. Amo questa roba!”.

Prendendo in prestito le parole di Ado Gruzza dalla prefazione di questo articolo “[…] se dovessi pensare ad una sola differenza tra quella che è considerata una visione moderna dell’allenamento con i pesi ed una “antiquata”, questa starebbe proprio nella mobilità espressa dai campioni del powerlifting di nuova generazione; credo che un moderno e rivoluzionario approccio all’allenamento della forza non possa che passare per una coscienza/conoscenza più completa del corpo umano […]”.

È esattamente così.

Foto per gentile concessione dell’autore: tutti i diritti riservati

 

Note sull’autore

Daniele Baioletti

Movement Coach;
Dott. in Scienze Motorie e Sportive;
P.I.C.P. level 2;
Biosignature & P.I.M.S.T. practictionner;
R-Phase, I-Phase & T-Phase pratictionner;
Docente, Istruttore e Personal Trainer 4° livello F.I.P.E.;
Istruttore F.I.P.L.;
Operatore Fitness metabolico;
Tecnico Rianimatore certificato.

Per ulteriore info e contatti: www.danielebaioletti.com

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